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All'ombra delle antiche querce. Serra d'Aiello e il popolo del Mito

Cultura Calabra
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Il comune calabro di Serra d’Aiello già nel nome (Aiello dal latino agellum che significa piccolo campo coltivato) esprime la sua vocazione all’agricoltura

A metà strada tra il mare e i monti, all’origine ha tratto la sua fortuna dalle piacevoli ondulazioni della terra facili da dissodare e coltivare. Sembrava che la prua del destino di questo caratteristico borgo non avrebbe conosciuto altro vento, se non quello di brezza che agevola il navigante nella lunga traversata per mare. Ma evidentemente così non è stato.

All'ombra delle antiche querce. Serra d'Aiello e il popolo del Mito
All'ombra delle antiche querce. Serra d'Aiello e il popolo del Mito

 

La Natura prodiga di questo territorio lancia verso l’uomo i suoi costanti moniti contro i soprusi e lo sfruttamento selvaggio delle sue risorse, attraverso gli occhi malinconici delle querce più che millenarie. Spiando attraverso le fessure tra le foglie, si percepisce ancora il tatto dolce di un’umanità in sintonia con l’ambiente e il mondo che le era intorno, un mondo sacro che riusciva ad entrare in dialogo intimo con l’uomo. Nella sua umiltà, costui si riteneva una misera fiammella al cospetto degli sconfinati arcipelaghi di stelle sovrastanti, le quali spargevano il loro splendore sulle vicende umane e sulla bellezza dei luoghi. Il passato allora racchiudeva il presente e il futuro, e ogni singola storia trovava traccia di sé in racconti, miti e leggende. Di questo passato dal profumo sacro non è rimasto più nulla. Il barbaro spreco del territorio spremuto fino all’osso dalla cupidigia dell’uomo moderno, ha abbattuto i pilastri di un ponte che non ha più alcun nesso col presente, perché scollegato dal suo passato.

Serra D'Aiello Parco Archeologico
Serra D'Aiello Parco Archeologico

 

Cosa rimane delle orme di chi fu? Il “si narra che” è stato banalmente sostituito dal “si dice che” con la precisa intenzione di assolvere ciascun abitante da ogni responsabilità nei confronti di un ambiente schiavizzato e sradicato dal suo trascorso naturale, e per le macerie di una memoria, quella collettiva, ormai perduta. Giovani non se ne incontrano più, partiti a inseguire il miraggio delle straniere città del benessere, convinti che a Serra si respiri solo il fumo di vane speranze e degli incendi che immancabilmente ogni estate giungono a devastare un territorio già martoriato. Serra d’Aiello rappresenta ormai quella fetta di Sud che ha smarrito le tracce della sua identità e tende ad emulare i modelli di una modernità che inneggia al futuro e rincorre la chimera dei facili guadagni. Adattare la vocazione di un luogo a un futuro trasgressivo rispetto alle proprie origini è di per sé sbagliato e comporta il fallimento di qualsiasi iniziativa di crescita.

A ciò si riconduce il triste capitolo dell’Istituto Papa Giovanni che ha dato impiego per decenni ai giovani disoccupati dell’intera provincia. Quale sarà il suo destino, lo chiedo a Salvatore Perri, pietra miliare del gruppo archeologico Alybas. Il 10 ottobre finalmente si saprà in quali mani cadrà l’edificio, in parte fatiscente. C’è il rischio che sia destinato ad accogliere gli extracomunitari, profughi e migranti, che hanno trovato asilo in tutta la Calabria. Ciò comporterebbe un ulteriore dissesto del tessuto sociale e culturale del territorio, e di conseguenza lo spopolamento totale del paese. Con preoccupazione Salvatore guarda verso il futuro suo e della propria famiglia e con rammarico mi racconta gli effetti dell’epilogo della dolorosa vicenda del Papa Giovanni. “Un tempo- dice lui- qui esistevano le botteghe. Il paese di Serra era vivo, in un’azienda si produceva la gassosa, in un’altra la soda caustica che veniva acquistata anche in Campania, i giovani studiavano per costruirsi un futuro migliore.

Con l’apertura dell’Istituto invece, tutto è cambiato. Esso ha polarizzato ed egemonizzato l’economia locale, togliendo respiro alle aziende e a tutto ciò che prima esisteva. Il desiderio di tutti era trovare impiego lì, dove assicuravano lo stipendio mensile lavorando poco e tra l’altro con scarso controllo. È scomparso finanche il panettiere col suo forno, trasferitosi all’interno della struttura che sviluppandosi, ha tolto ai ragazzi l’interesse a proseguire gli studi. L’istituto cresceva, assumeva di continuo e il personale ha finito col superare di molto il numero degli ospiti, portando inevitabilmente il bilancio al dissesto. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Paese spopolato e cultura scarsa. Eppure, una via d’uscita guardando altrove ci sarebbe e questa via d’uscita ce la indica proprio il passato.” Salvatore è legato in modo esemplare al suo territorio e con soddisfazione mi parla e mi mostra l’asilo comunale ristrutturato e quasi pronto ad ospitare il nuovo museo di Temesa.

La svolta per l’economia locale deriva proprio da lì e dai reperti che quotidianamente il terreno rigetta all’esterno. È un territorio vivo e pulsante quello di Serra, nonostante sia tramortito da un’insensata cementificazione. Ma più di tutto spaventa l’inquinamento elettromagnetico che danneggia all’inverosimile la sacralità del luogo. Guardo con ammirazione e allo stesso tempo con sgomento verso la Timpa del Lavuru (la Pietra dell’alloro) dove probabilmente agli esordi del neolitico si svolgevano riti d’iniziazione veri e propri, guidati da un gruppo di sacerdotesse. Non a caso le carte del territorio parlano dell’esistenza anticamente di quercete e della presenza massiccia di piante di alloro, reputate sacre e protagoniste di riti magici. Le fate sopravvissute nei racconti di qualche anziana che sostiene di averle viste, si sono eclissate, non riconoscendosi più nel territorio depauperato dalla modernità, ma spiegano la forte incidenza delle donne nella cultura locale. “Qui sono le donne che comandano”, dice col sorriso Salvatore che alla mia domanda sulla delocalizzazione dei reperti e il trasferimento di essi ad Amantea, il centro più importante della zona, risponde senza alcun tentennamento che non avrebbe alcun senso. “Temesa appartiene a Serra, alla sua cultura, al suo patrimonio di tradizioni e storie, alle sue colline dove ogni giorno spuntano frammenti di ceramica e terracotta. Temesa è qui e non è giusto sradicarla.”

È nelle previsioni del gruppo archeologico, col beneplacito della Soprintendenza, creare diversi percorsi didattici con l’intento di far conoscere ai visitatori il territorio in tutti i suoi aspetti. E a questo punto mi rivolgo alla figlia di Salvatore, la futura archeologa Margherita Perri che con grande passione, slancio e dedizione illustra i tesori del parco archeologico Alybas e i reperti conservati nel museo, in riferimento a questa antica e ancora misteriosa civiltà indigena conosciuta come Temesa. Lei mi risponde fermamente intenzionata a proseguire unitamente a tutto il gruppo gli scavi nel parco archeologico. “Le istituzioni locali sono sorde, ma ci avvaliamo della presenza della Soprintendenza che è dalla nostra parte.” E allora capisco che fino a quando i giovani permetteranno al territorio di esserci, Serra e la sua primigenia Temesa non si estingueranno. Le fate, il demone Alybas che ha dato il nome all’attuale fiume Oliva balzato alla cronaca per il triste episodio che lo lega alle navi dei veleni, dormono un sonno brusco a volte, ma si risveglieranno nell’inconscio delle generazioni di domani che sapranno porgere a loro l’orecchio, mai stanche di farsi raccontare.

Ippolita Sicoli

Dott.ssa Ippolita Sicoli

(Specializzata in Antropologia, Eziologia, Mitologia e Discipline Esoteriche)

LA FINESTRA SULLO SPIRITO

https://www.facebook.com/ippolita.sicoli

 

Libri scritti da Ippolita Sicoli:
Il canto di Yvion Storie di pecore e maghi Nel ventre della luce Il solco nella pietra