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Arte e Cultura
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di Eloisa De Felice

Roma - Appuntamento da non perdere il 5 marzo. Vincenzo Arena, giornalista e scrittore, presenta il suo ultimo sforzo editoriale: “L’Informazione è Cosa Nostra” (ProspettivaEditrice, 2014).

Opera aggiornata e profondamente riveduta da “Zagare e Sangue” (Gruppo Albatros, 2010). Tra gli altri interverranno: Marco Frittella, giornalista Rai, Giuseppe Federico Mennella, giornalista e docente e Alberto Spampinato, direttore di “Ossigeno per l’Informazione”. Perché “quant vali un curpu di pinna, un vali na pistulata” (ovvero: gli “uomini d’onore” temono la parola scritta più di un’arma) E proprio perché, come sosteneva Pippo Fava, giornalista ucciso dalla mafia: “occorre un ‘giornalismo etico’ che freni la corruzione e impedisca le violenze. Che serva la verità. E solleciti l’esercizio continuo della giustizia, evitando gli abusi”.

E così se con “Zagare e Sangue”, raccogliendo le testimonianze, le parole e il dolore di chi dalla mafia è stato colpito negli affetti più profondi, Arena ripercorreva la storia della nascita della mafia e poi gli anni terribili, nei quali otto giornalisti hanno onorato l’impegno sociale e civile del “mestiere”, pagandolo con il prezzo più alto, ovvero con la loro stessa vita, in “L’Informazione è Cosa Nostra” si va oltre.

Vengono presentati i numeri delle minacce subite dai giornalisti fino al 2013. E viene presentato l’approdo in commissione antimafia di questo tema, dove le associazioni di categoria, nel 2012, hanno chiesto interventi normativi per la tutela dei giornalisti e maggiore attenzione da parte delle istituzioni. Perché, oggi, la mafia non si limita al controllo del territorio mediante le infiltrazioni nella politica e nelle istituzioni. Non si limita a immischiarsi nel racket dei rifiuti, nei traffici di droga e nell’abusivismo edilizio. Ma intende controllare quanto viene detto e pubblicato. Perché, la mafia sa quanto sia utile ai suoi loschi scopi un’informazione di parte, omertosa e distorta. Un’informazione quindi mercenaria, precaria e di proprietà. Soprattutto, se, tra l’altro, viene accolta dal pubblico “senza se e senza ma”.

Torna, quindi, centrale il ruolo del singolo, nella lotta alla mafia, come già in “Zagare e Sangue”. Qui, infatti, Arena si domandava: “Chi può parlare del mostro magmatico dell’Idra dalle sette teste?” E vedeva nella “cross-medialità, punto di convergenza di old e new media, l’antimafia pensante e pesante. La convergenza digitale degli spazi [il luogo da prediligersi] dove dichiarare apertamente lotta alla mafia. Dove convertire in azione, reale e virtuale, l’impegno civile e sociale”. I mezzi di comunicazione, quindi, come convergenza antimafia che viaggi alla velocità terribile dei bit. Il mondo della multimedialità e di internet come risorsa.

Ma Arena già nel suo sforzo del 2010 vedeva i media, da soli, non sufficienti. Ipotizzava, allora, che ognuno, non solo giornalista, si facesse finalmente carico delle sorti del Paese. Spezzare il circolo vizioso dell’illegalità, del sotterraneo e del malavitoso, con la potenza dei mezzi, era pensato se e solo se supportato dallo sforzo congiunto di tutti. In particolare, l’appello in “Zagare e Sangue” era necessariamente rivolto ai giovani che per Arena hanno dalla loro l’ingenuità come arma dirompente e imbattibile. Proprio come diceva Don Puglisi: “Come può far paura il sorriso di un bambino?”

In “L’Informazione è Cosa Nostra” Arena riprende e approfondisce questo delicato punto. Sollecita a non limitarsi ad osservare la realtà. Perché, non è assolutamente corretto dire che tutto ciò che è scritto sui giornali o detto in tv, è necessariamente e insindacabilmente vero. Occorre chiedersi cosa si nasconde dietro le bugie serviteci su un piatto d’argento. Occorre quotidianamente porsi domande. Ciò è parte integrante dell’essere cittadini.

Uno sforzo congiunto quindi che vede da una parte giornalisti veri. Come Giovanni Spampinato e Giuseppe Impastato, Pippo Fava e Beppe Alfano. Cronisti veri, che hanno fiutato il territorio, tenendo la schiena sempre dritta. Senza dover ringraziare alcun potente o protettore e hanno saputo far paura alla mafia perché, spogliandola della sua aura di mito, l’hanno dipinta per quella che è: un mostro, di squallore ripugnante, capace di insinuare i suoi tentacoli ovunque. E dall’altra il singolo cittadino che, come un pungolo, chiede continuamente spiegazioni e non si fa asservire. “Perché occorre dimostrare che l’indignazione è viva, collettiva, resistente e può e deve diventare dominante”.

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