Amministrative 2016. Elezioni comunali, Berlusconi: ''Un voto per pagare meno tasse''
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Amministrative 2016. Elezioni comunali, Berlusconi: ''Un voto per pagare meno tasse''

Politica
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 Il Cavaliere chiude la campagna elettorale: "Con noi fisco più umano e da ora basta ideologia nel centrodestra". Stoccata a Salvini: "I suoi toni non sono i nostri"

Guarda al voto di domani e ai ballottaggi del 19 giugno Silvio Berlusconi, ma sa bene che la partita vera sul governo si giocherà ad ottobre, quando il Paese sarà chiamato ad esprimersi sulla riforma costituzionale voluta da Matteo Renzi. Un appuntamento chiave, tanto che dovessero vincere i «No» l'ex premier immagina che anche il presidente Sergio Mattarella non potrà che «prendere atto» di quanto più volte ribadito in queste settimane dal leader del Pd, pronto a ritirarsi dalla politica in caso di sconfitta.

Elezioni comunali, Berlusconi: ''Un voto per pagare meno tasse''
Elezioni comunali, Berlusconi: ''Un voto per pagare meno tasse''

 

Il voto di domani, invece, è «fondamentale» per il rilancio della coalizione. A partire da Milano, dove Stefano Parisi può essere il punto di riferimento di «un centrodestra non ideologico e non ingabbiato negli schemi di partito» e dove la Lega «non è solo fatta di slogan urlati», visto che ultimamente Matteo Salvini «alza i toni per riconquistare una visibilità appannata». Anche la partita di Roma è decisiva. Berlusconi sostiene senza esitazioni Alfio Marchini, «un moderato concreto». E anche se ammette che la grillina Virginia Raggi è «telegenica», è convinto che sia solo una facciata dietro cui si nasconde Beppe Grillo. E sullo strappo con Giorgia Meloni non dà per scontata una riappacificazione: «Dipende da lei, finora è stata mal consigliata».

Presidente, cosa si aspetta da questa tornata amministrativa?

«Dei buoni sindaci per le nostre città. Sembra troppo poco? Eppure le elezioni dovrebbero servire prima di tutto a questo. Credo che dovremmo abituarci a rispettare l'idea che i cittadini votino per essere governati bene, non per dare una risposta alle alchimie di palazzo, agli eterni giochini del teatrino della politica. Seguendo questo criterio abbiamo scelto i nostri candidati».

Non c'è dubbio, però, che le elezioni avranno anche un valore politico...

«Naturalmente. Governare città con milioni di abitanti significa fare scelte profondamente diverse secondo la cultura politica di riferimento. Le amministrazioni di centrodestra, per esempio, garantiscono tasse locali molto basse, quelle di sinistra molto alte».

Quale potrebbe essere un risultato da cui il centrodestra potrebbe ripartire in vista delle prossime elezioni politiche?

«Noi ci aspettiamo un buon risultato andare al ballottaggio, domani, e poi combattere per vincere al secondo turno nelle maggiori città italiane: Milano, Roma e Napoli, ma anche in molti altri importanti capoluoghi. Ma il centrodestra non riparte da un risultato elettorale. Il centrodestra riparte dai valori di sempre, dalla nostra coerenza, da idee nuove e persone nuove che sappiano rappresentarle al di là della logica dei partiti».

A prescindere dalle singole sfide nelle diverse città, tutte le rilevazioni danno un centrodestra che unito sarebbe già oggi - dopo due anni di governo Renzi - comunque competitivo con il centrosinistra. Quando è che i partiti dell'area del centrodestra riprenderanno un percorso comune?

«Per la verità il centrodestra già oggi governa insieme alcune delle più importanti regioni italiane. È unito in molte realtà importanti, come a Milano, dove è prevalsa la logica del buonsenso e delle cose concrete sugli egoismi personali o di partito. Stefano Parisi incarna perfettamente questa scelta, che ci rende vincenti. L'unità del centrodestra è un valore importante, anche perché la destra da sola non va da nessuna parte, in tutt'Europa è il centro moderato a prevalere sulla sinistra. Però parlare di unità non basta più, non abbiamo bisogno di un ritorno al passato. Dobbiamo costruire il futuro, un futuro non ideologico e non ingabbiato negli schemi di partito, proprio come abbiamo cominciato a fare a Milano».

È vero che a Roma è stato Salvini il primo a «sfilarsi» da un candidato condiviso già individuato, ma non teme che alla fine - a prescindere da torti e ragioni - l'elettore romano moderato possa non comprendere le motivazioni di questa scelta e convergere magari sul voto di protesta grillina? Insomma, non c'è il rischio che questo strappo possa favorire la corsa della Raggi?

«Sarebbe una scelta assurda. Gli elettori moderati non possono immaginare di consegnare la guida di una città come Roma a un partito come quello di Grillo, che è improvvisato e privo di cultura di governo».

I sondaggi, però, sembrano premiare la candidata dei Cinque stelle...

«So bene che Virginia Raggi ha un viso telegenico e usa argomenti che sembrano ragionevoli, ma nessuno può dimenticare, tantomeno i moderati, che dietro di lei c'è un signore come Grillo, le cui idee e il cui atteggiamento sono ben noti. La Raggi ha ammesso più volte di essere completamente nelle sue mani. Credo che non ci sia confronto possibile fra lei e un imprenditore come Alfio Marchini: un moderato, concreto, che conosce bene Roma e i suoi problemi, che se ne occupa da anni stando all'opposizione, che sa come si gestisce una realtà organizzativa complessa. Per i nostri elettori, pur comprensibilmente sconcertati dal comportamento dei nostri alleati, e per tutti quanti hanno a cuore il futuro di Roma, non ci possono essere dubbi. Il nostro è l'unico candidato che saprà risolvere i problemi della città».

Pensa che dopo quanto successo su Roma il rapporto di fiducia con la Meloni sia recuperabile?

«Dipende da lei. Io non mi sono mosso, sono rimasto coerente con le scelte che abbiamo condiviso. Giorgia, forse mal consigliata, ha fatto tutto da sola. Ha fatto da sola una scelta che non può portare ad alcun risultato».

A Milano - non solo in Regione, ma anche nella corsa a Palazzo Marino - si è creata una sintonia con la Lega per così dire più «dialogante», quella con cui si confronta anche l'area centrista. Pensa sia questa la Lega con cui si può costruire il rilancio del centrodestra?

«Non voglio certo mettere zizzania in casa d'altri. Però una cosa devo dirla: la Lega non è fatta solo di slogan urlati. È fatta di tanti amministratori locali che sono gente seria, concreta, preparata, che ha a cuore il bene del territorio. Sono persone di solido buon senso, con le quali si collabora bene nelle amministrazioni, come abbiamo collaborato benissimo al governo. Oggi il loro leader ha deciso di alzare i toni per riconquistare una visibilità appannata. Può darsi che gli riesca e nel caso mi farà piacere per lui, perché lo considero un alleato. Ovviamente quei toni non sono affatto i nostri e non lo saranno mai. A noi interessa costruire, non urlare, e in questo con gli amministratori della Lega ci siamo molto spesso trovati in piena sintonia».

Lei ha già detto che è pronto ad essere il federatore del centrodestra. Si sente di non escludere in futuro un candidato premier che provenga dalle file della Lega?

«Io non escludo nulla, ma mi sembra un modo sbagliato di porre il problema. Il futuro candidato premier non è il tema di un derby fra i partiti. Io sto provando a costruire un futuro post-ideologico, nel quale forse anche parlare di centrodestra non avrà neppure più senso. È un linguaggio vecchio, nato ai tempi della rivoluzione francese. Parlo di idee liberali, di valori cristiani, di metodo e contenuti riformatori. È in nome di questi che dobbiamo raccogliere un'Italia oggi del tutto estranea ai giochi della politica. Un'Italia che vuole guardare al futuro, che non cammina con la testa girata all'indietro».

E questo futuro può essere rappresentato da Renzi e Grillo?

«Credo che sia sempre più evidente che né Renzi né Grillo sono questo futuro. Renzi si è affacciato alla ribalta, più che come innovatore, come rottamatore, che sembra la stessa cosa ma non lo è. Quando si rottama un'auto vecchia la si sostituisce con una nuova, ma con le stesse caratteristiche. È proprio quello che ha fatto Renzi, ha sostituito gli uomini del vecchio Pd con se stesso e alcuni comprimari, per fare le stesse politiche: una gestione democristiana del potere, con lo spirito totalizzante della vecchia sinistra. Quanto a Grillo, non passa giorno senza che si dimostri che il suo movimento, pur intercettando ragioni giuste di malcontento, è totalmente incapace di tradurle in un serio progetto di governo».

E dunque?

«E dunque non rimane che una moderna coalizione liberale, moderata, proiettata verso l'Europa, che rimetta al centro la libertà. Tutto questo dovrà avere il volto di una persona seria, credibile, nella quale gli italiani perbene si possano riconoscere. Ci stiamo lavorando».

Lei dice sempre che le Amministrative saranno il primo avviso di sfratto a Renzi, qual è a suo avviso un risultato che già lunedì certificherebbe una seria difficoltà di Renzi?

«La probabile sconfitta del Pd, con l'esclusione dai ballottaggi in città importanti, non significherà automaticamente la caduta del governo, è ovvio: sono troppo attaccati al potere per ascoltare la voce degli italiani. Non sono mai stati votati, non se ne preoccuperanno certo ora. Ma domenica potremo finalmente far sentire la voce degli italiani».

Il premier ha puntato tutto sul referendum di ottobre e ha già avviato una campagna molto aggressiva. Lei ha già detto di essere contrario, ma è pronto a guidare il fronte del «No»?

«Non esiste un fronte del no. Noi non abbiamo e non vogliamo avere nulla da spartire con il professor Zagrebelsky, con i grillini o con Magistratura democratica. Loro si oppongono al cambiamento in nome della Costituzione più bella del mondo. Noi crediamo che questa Costituzione vada profondamente cambiata, ma in tutt'altro modo rispetto a quello che sta facendo Renzi. È contro la logica e il buon senso dire che siccome si tratta di un cambiamento, anche se è un cambiamento sbagliato, vada votato comunque. Sarebbe come curare una malattia con un farmaco che aggrava le condizioni del paziente».

Dopo l'esito del referendum ha detto che - in caso di vittoria del No - potrebbe essere necessaria la nascita di un governo di larghe intese per cambiare la legge elettorale. Potrebbe presiederla un uomo con un profilo come quello di Enrico Letta?

«Chi lo presiederà è l'ultimo dei problemi, ma credo che la cosa migliore sarebbe una figura fuori dalla politica attiva. L'importante è che faccia un lavoro serio per una legge elettorale che assicuri insieme governabilità e rappresentatività, che cioè renda stabili le istituzioni ma nelle mani di un governo scelto davvero dagli italiani».

Nel caso vincessero i «No» cosa si aspetta che faccia il presidente Mattarella? Lei in oltre un anno ancora non lo ha incontrato, pensa di farlo a breve?

«Sarei molto lieto di incontrare il capo dello Stato, quando ce ne fosse occasione. Ho il massimo rispetto per lui e per il modo in cui esercita il suo mandato. Le polemiche che accompagnarono la sua elezione non riguardano la sua persona lo abbiamo sempre detto ma il metodo con il quale si è arrivati a questa scelta. Proprio perché rispetto la funzione del capo dello Stato, non mi permetto di indicargli, a così lunga distanza, quale sia la strada da seguire. Immagino che dovrà prendere atto di quanto ha espresso tante volte Renzi: la vittoria del No al referendum significherebbe il suo ritiro dal governo e addirittura dalla politica».

Sul referendum Renzi ha incassato il sostegno di Benigni, che invece fece le barricate nel 2006 contro la sua riforma costituzionale. Cosa ne pensa?

«Devo proprio commentare le esternazioni di un comico? Benigni si era espresso per il No, poi qualche conterraneo lo avrà indotto con argomenti molto concreti a cambiare idea».

(il Giornale.it)

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